La mia storia con questo lavoro è iniziata quasi per caso. Da ragazzo studiavo odontotecnica e, attraverso un amico, ebbi la possibilità di frequentare il laboratorio di un odontotecnico di Reggio Emilia. All’inizio era semplicemente curiosità. Poi mi appassionai così tanto che, dopo la scuola, passavo in laboratorio anche interi pomeriggi e spesso rimanevo fino a sera. Da lì è nato tutto. Prima l’odontotecnica, poi l’odontoiatria e, nel 1997, il mio primo ambulatorio a Rivalta. Negli anni mi sono dedicato sempre di più all’implantologia. Venendo dalla protesi, vedevo ogni giorno quanto potesse cambiare la vita di una persona riuscire a tornare a masticare bene e ad avere una soluzione stabile. Nel 2019, dopo tanti anni di lavoro, decisi di fermarmi. Pensavo fosse arrivato il momento della pensione. Per cinque anni sono rimasto lontano dall’attività clinica, ma mi sono accorto che questo lavoro mi mancava.
Chi siamo
Insieme al mio team, porto nell’Ambulatorio di Puianello di Reggio Emilia lo stesso modo di lavorare che mi guida dagli inizi: capire il problema, spiegarlo con chiarezza e trovare insieme al paziente il percorso più adatto.
Perché ho scelto di ricominciare
Mi mancavano i pazienti, i problemi da risolvere, la soddisfazione di vedere una persona tornare serena dopo una cura. Così, insieme a mia moglie, abbiamo deciso di ricominciare. Nel marzo del 2025 abbiamo aperto questo nuovo Ambulatorio a Puianello. L’abbiamo pensato cercando di mettere dentro tutto quello che avevo imparato in tanti anni di professione. Per me un paziente deve sentirsi accolto, deve capire ciò che gli viene proposto e deve avere il tempo di decidere. Se una persona ha un dubbio, preferisco che faccia una domanda in più, che rifletta o che chieda anche un altro parere. Perché una cura dovrebbe iniziare quando il paziente ha capito il percorso e si sente tranquillo nell’affrontarlo. Questo è il modo in cui ho sempre cercato di fare il dentista. Ed è il modo in cui voglio continuare a farlo qui, insieme alle persone che lavorano con me.
Ascolto, competenza, fiducia.

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Ascolto
Ogni percorso comincia da ciò che il paziente porta con sé: un problema, una preoccupazione, una domanda o semplicemente il desiderio di capire meglio la propria situazione. Ascoltare significa dedicare il tempo necessario prima di proporre una soluzione.
Competenza
L’esperienza conta quando aiuta a leggere ogni caso nella sua specificità. Diagnosi, aggiornamento professionale e tecnologie sono strumenti che utilizziamo per costruire percorsi di cura ragionati e adatti alla singola persona.
Fiducia
La fiducia si costruisce nel tempo. Per questo vogliamo che ogni paziente conosca le possibilità, comprenda il piano di cura e possa scegliere con serenità.
– Dicono di noi
– Dicono di noi
– Dicono di noi
– Dicono di noi
– Dicono di noi
Vogliamo che entrare in Ambulatorio significhi poter fare domande, ricevere risposte comprensibili e sapere sempre perché viene proposta una determinata scelta. È un modo di lavorare che richiede tempo e attenzione, ma che permette di costruire un rapporto diverso con il paziente: più consapevole, più diretto e destinato a durare nel tempo.
Lo Studio
Quando abbiamo deciso di ricominciare, non volevamo semplicemente riaprire un Ambulatorio. Volevamo creare uno spazio capace di raccogliere l’esperienza maturata negli anni e affiancarla agli strumenti che oggi permettono di studiare e affrontare i casi con maggiore precisione. Questo Ambulatorio è nato così, nel 2025: nuovi ambienti, tecnologie aggiornate e un’organizzazione costruita per seguire il paziente nelle diverse fasi del percorso.
Le persone che troverai qui
Ognuno ha un ruolo diverso, ma il paziente è lo stesso per tutti. Medici, igienisti, assistenti e personale dello Studio lavorano insieme perché ogni fase, dall’accoglienza al trattamento fino ai controlli successivi, sia chiara e ben organizzata. Conoscere chi si prenderà cura di te è parte del rapporto di fiducia che vogliamo costruire fin dal primo incontro.

Nel 2019 pensavo di aver chiuso con questo lavoro. Cinque anni dopo ho capito che mi mancava troppo.
La mia storia con l’odontoiatria, in realtà, era cominciata quasi per caso. Da ragazzo avevo scelto odontotecnica e, attraverso un amico, iniziai a frequentare il laboratorio di un odontotecnico di Reggio Emilia. Ci andavo dopo scuola, il sabato, qualche volta rimanevo fino alle nove e mezza di sera. Non mi pesava. Mi piaceva davvero.
Vengo da una famiglia di operai. I miei genitori hanno fatto sacrifici per permettermi di studiare e mi hanno sempre lasciato libero di seguire quella strada. Io, nel frattempo, avevo trovato qualcosa per cui valeva la pena impegnarsi. Dall’odontotecnica sono poi passato all’odontoiatria e, negli anni, mi sono avvicinato sempre di più all’implantologia.
All’inizio vedevo soprattutto persone che avevano perso molti denti e facevano fatica persino a tenere ferma una protesi mobile. Scoprire che, in alcuni casi, pochi impianti potevano risolvere un problema così grande mi ha fatto appassionare a questa disciplina. Ancora oggi è probabilmente questa la parte del mio lavoro che mi rappresenta di più: quando arriva una persona con un problema difficile, faccio fatica a smettere di pensarci finché non trovo una soluzione.
Nel 2019, dopo più di vent’anni di Studio, ero troppo stanco e stressato così decisi di fermarmi il mio cardiologo e gli affetti più cari mi fecero capire che dovevo preservare anche la mia di salute. Così ho venduto lo studio e per cinque anni non ho più esercitato. All’inizio pensavo fosse finita lì. Poi mi sono accorto che mi mancavano il lavoro, i pazienti e soprattutto quella soddisfazione che provo quando riesco a risolvere bene un problema. Così ho deciso di ricominciare. Avevo anche paura. Dopo qualche anno senza toccare uno strumento mi chiedevo se sarei stato ancora capace come prima. Poi sono tornato sulla poltrona e mi è sembrato, di essere stato in ferie una settimana.
Oggi però c’è una cosa che sento ancora più importante della tecnica. Voglio che chi viene da me capisca bene cosa sta facendo. Se vedo un paziente dubbioso, preferisco che si fermi, rifletta, si informi e, se vuole, chieda anche un altro parere. Non ho problemi a consegnargli radiografie e documentazione. Non voglio convincere una persona a iniziare una cura. Voglio che sia convinta della scelta che sta facendo. È probabilmente questo che, dopo tanti anni, continuo a cercare nel mio lavoro: risolvere un problema bene, ma farlo insieme a una persona che abbia capito perché lo stiamo facendo.

Da adolescente ho odiato l’apparecchio. Oggi faccio l’ortodontista.
Non è esattamente il modo più prevedibile per iniziare questa storia, ma è così. Ho portato l’apparecchio durante l’adolescenza e ricordo molto bene che non lo vivevo affatto con entusiasmo. Anzi, l’ho proprio odiato. Oggi, quando davanti a me ho un bambino un po’ spaventato o un adolescente che guarda l’apparecchio come se fosse la cosa peggiore che potesse capitargli, so bene come si sente.
Da bambina una parte importante della mia vita era lo sport. Ho praticato nuoto sincronizzato a livello agonistico per molti anni. Mi ha insegnato disciplina e costanza, ma soprattutto una cosa che nel mio lavoro ritrovo continuamente: i risultati arrivano nel tempo. In ortodonzia è esattamente così. Ci sono percorsi che durano mesi o anni, momenti in cui bisogna intervenire e altri in cui bisogna semplicemente aspettare.
Ho capito che volevo occuparmi di ortodonzia durante l’università. Fra tutte le discipline era quella che continuava ad attirarmi di più, perché mette insieme aspetti molto diversi. C’è naturalmente l’estetica del sorriso, ma ci sono anche la funzione, la crescita e la possibilità di seguire una persona nel tempo, osservando passo dopo passo ciò che cambia.
All’inizio della professione, però, ho scoperto presto la differenza fra studiare un caso all’università e assumersi realmente la responsabilità delle decisioni che riguardano un paziente. È stata probabilmente la parte più impegnativa dei primi anni. Ho imparato a studiare continuamente, a confrontarmi con colleghi più esperti e soprattutto a non considerare mai conclusa la mia formazione.
Durante l’università ho incontrato anche un professore che mi ha lasciato un insegnamento che porto ancora oggi nel mio lavoro. Mi ha insegnato prima di tutto a osservare. A studiare bene ogni caso, perché ogni bambino è diverso e ha esigenze specifiche, quindi bisogna personalizzare trattamenti e soluzioni.
Dietro due dentature apparentemente simili possono esserci percorsi di vita diversi, fasi di crescita diverse e quindi decisioni completamente diverse. È soprattutto per questo che, quando un genitore arriva chiedendomi: “Mio figlio ha bisogno dell’apparecchio?” non penso che la risposta debba essere automaticamente sì oppure no. Prima voglio conoscere quel bambino. Voglio capire come sta crescendo, osservare denti e arcate e stabilire se c’è davvero qualcosa su cui intervenire. A volte il trattamento è indicato. Altre volte la scelta migliore è non fare nulla e controllare la crescita nel tempo. Per me questo è uno degli aspetti più importanti dell’ortodonzia infantile: non avere fretta, ma nemmeno perdere il momento giusto.
Significa anche ricordarsi che dall’altra parte della poltrona non c’è soltanto una bocca da curare. C’è un bambino che magari ha paura. C’è un adolescente che non vuole sentirsi diverso dagli amici. E ci sono genitori che vogliono capire se stanno facendo la scelta corretta. Cerco quindi di spiegare sempre cosa stiamo facendo e perché, coinvolgendo direttamente anche i ragazzi nel loro percorso. La soddisfazione più bella arriva quando li vedo cambiare nel tempo: non soltanto nel sorriso, ma nel modo in cui entrano in Ambulatorio, fanno domande e affrontano le visite con sempre maggiore tranquillità.

La Dott.ssa Agnese Giovanardi è la nostra igienista dentale che con la sua professionalità accompagna ogni paziente in un percorso personalizzato di prevenzione e benessere orale.

Mery Terraglia, assistente alla poltrona.

A 42 anni ho deciso di ricominciare da capo.
Per tanti anni ho lavorato in un settore completamente diverso. A un certo punto, però, ho capito che quel lavoro non mi dava più gli stimoli che cercavo. Avevo voglia di qualcosa di più dinamico, di imparare cose nuove e soprattutto di tornare a lavorare a contatto con le persone. Così ho deciso di provarci.
Conoscevo già il Dott. Cervi e Sara e avevo molta stima di loro. Anzi, prima ancora di lavorare qui ero una loro paziente. Li contattai proprio nel momento in cui stavano cercando una nuova persona da formare per l’Ambulatorio. Ho pensato che fosse un’occasione da non lasciarmi scappare.
Il mio primo giorno non fu esattamente tranquillo. Mi ritrovai ad assistere, ancora come osservatrice silenziosa, a un intervento piuttosto complesso. Diciamo che sono partita con il botto. All’inizio c’era tantissimo da imparare: strumenti, protocolli, attrezzature, procedure. Contemporaneamente frequentavo il corso per diventare ASO e cercavo di mettere insieme studio, tirocinio, lavoro e vita familiare.
È stato impegnativo, non soltanto per me ma anche per la mia famiglia. Proprio per questo conseguire la qualifica di Assistente di Studio Odontoiatrico ha avuto un significato particolare. E credo di aver dato anche un piccolo esempio ai miei figli: a 42 anni ci si può ancora mettere in gioco, imparare qualcosa di completamente nuovo e cambiare strada.
Oggi una delle cose che mi gratifica di più è il rapporto con i pazienti. All’inizio sei semplicemente una persona che incontrano in Ambulatorio. Poi tornano, iniziano a riconoscerti, ti chiamano per nome e magari, mentre li accompagni, ti raccontano qualcosa della loro vita. È lì che ho capito quanto sia importante anche il nostro ruolo.
Il dentista può ancora mettere ansia, sia agli adulti sia ai bambini. Noi assistenti siamo accanto al medico, ma siamo anche accanto al paziente: possiamo tranquillizzarlo, supportarlo e farlo sentire seguito. Sono ancora all’inizio di questo percorso e ho moltissimo da imparare.
Ma un giorno mi piacerebbe riuscire a fare per una nuova assistente quello che oggi le mie colleghe stanno facendo con me: trasmetterle quello che ho imparato, con la stessa pazienza e gentilezza con cui viene insegnato a me.

Eleonora Cervi segue la gestione dello studio.

Sara Camparini, segue la gestione dello studio.

Elvira, impiegata amministrativa.